“Voglio sentire le ferrovie piangere. De Luca, Trenitalia, fino a Bertolaso e Sepe
Intercettazioni scomode:
Giovanni De Luca, noto imprenditore, intercettato il 24 aprile 2009 mentre parlava con uno dei suoi complici, Francesco Manco:
De Luca: “Voglio sentire le ferrovie piangere. Tutto quello che fai in più lo segni. E non ti vai a mettere in contenzioso, non ti preoccupare, quelli sono disponibilissimi”.
Manco: “No, questo lo so, era per capire: qua sopra come mi muovo? Alla migliore maniera o cerco di aumentare il “brodo”?”.
De Luca: “Devi aumentare il “brodo”.
Manco: “Comunque dobbiamo rientrare in quel badget e ci dobbiamo muovere… “.
De Luca. “No! Dobbiamo sforare. Dobbiamo raddoppiare il budget”.
Manco: “Ah”.
De Luca: “Falli male. Voglio sentire proprio le ferrovie che piangono”.
Il collaudo del ponte di Quarto, siamo a Napoli, sul ponte ci dovranno passare dei treni, è possibile vederlo dall’immagine postata.
Raggelante il contenuto della conversazione del 27 maggio 2009, tra Giovanni De Luca e l’ingegnere Salvatore Di Lillo.
De Luca chiede all’ingegnere Di Lillo di non andare tanto per il sottile sul collaudo di un ponte, nel comune di Quarto: “tanto ci passa sopra un treno leggero”.
Di Lillo chiede un mese e mezzo di tempo, De Luca non ci sta: “No, è urgentissimo, Salvatore. C’è l’inaugurazione promessa al sindaco. Dai, questa è una cosa che ti pago io a parte, risolvimi questo problema perché noi a settembre dobbiamo usarlo”.
Di Lillo dice no. De Luca insiste: “Ci togliamo la “rogna” davanti. Tanto peggio di come sta quel ponte non può stare”.
Di Lillo: “Il problema serio di questo ponte sono quelle prime due travi inclinate, non tengono i bulloni, e poi i rinforzi non sono stati messi là dove dovevano essere messi”.
15 febbraio 2010. Raffaele Arena, già espulso da Trenitalia ma rimasto misteriosamente imprenditore privilegiato di Trenitalia, e Giovanni De Luca discorrono di turbative d’asta che avrebbero favorito un altro cartello, verosimilmente “opposto”.
Giovanni: “Infatti si sono spartiti i locomotori, Beh. Era tutto prevedibile”.
Raffaele: “Ma quello oramai hanno trovato… Ci vorrebbe solo la magistratura che dovrebbe intervenire”.
Giovanni: “Rafe’, fanno così. Mi ha detto un amico di Roma, dell’ufficio legale: Giovà stiamo al di là, di parecchio, del codice penale. Uno schifo Rafe’. Qua è un paese di mariuoli proprio”.
Un’altra vicende: l’investimento che il dirigente infedele Carassai ottiene dai titolari della Fd Costruzioni.
Febbraio 2010, al telefono Antonio De Luca con sua madre.
Lei: “A tuo padre non gli è andato giù il fatto del pastificio. Era il caso che si investiva là e non nella azienda nostra?”.
Antonio: “E come dobbiamo fare con Carassai? Fammi capire”.
Madre: “Già lo aveva avuto mano a mano (il denaro pattuito lo aveva avuto già, dopo le gare, ndr). Dovevamo pensare pure allo scemo del figlio? Quei soldi li mettevamo nell’azienda nostra”. Antonio: “Stiamo facendo tutto questo per portare il lavoro in officina”.
Lorenzo Carassai sta per diventare il titolare del pastificio di cui l’intercettazione di sopra, grazie alle collusioni del padre: chiama Giovanni De Luca. “Non è che ti avanza un pc? No, è per Alessia. Sennò lo compro”.
Al telefono conversano i due fratelli De Luca. Giovanni: “Stiamo buttando soldi appresso a questi… Ci stanno spese occulte che non si riescono a scaricare qua. Ci vogliono 500 euro per andare a cena con 4 persone, ci vogliono 200 euro di benzina”
Antonio De Luca: “Sì, stiamo buttando ‘e Dio dei soldi appresso a ’sti scurnacchiati”.
Giovanni: “Va be’, Toni”.
18 marzo scorso. Giovanni De Luca chiama Patrizia; è sconvolto, sente la galera ormai prossima e straparla: “La Chiesa fa schifo; il maresciallo che sta sentendo fa schifo. Tutti della stessa razza sono. Mò stiamo a Roma, stasera a Firenze, domani ancora a Roma e dopodomani a Napoli. È una vitaccia, un bordello. E se domani arriva l’ordine di cattura mi devono acchiappare sull’autostrada. Che me ne fotte. Dice mio fratello di non parlare così per telefono… Ma se poi (mi arrestano, ndr), mi vieni a portare le arance e le sigarette?”. Patrizia lo rincuora: “Eh, come no”.
Tutto questo sta emergendo nelle indagini sugli appalti Trenitalia.
I dirigenti delle Ferrovie Raffaele Arena e Fiorenzo Carassai (poi licenziati) con i rispettivi colleghi o congiunti, dall’altra i fratelli Giovanni ed Antonio De Luca della Fd Costruzioni.
Ponti non collaudati, di operai finti verniciatori, tangenti e benefit persino sotto forma della costruzione di un pastificio. Naturalmente sullo sfondo a garantire firme e timbri il mondo politico: sia con un esponente politico come Camillo D’Alessandro, capogruppo Pd nel consiglio regionale abruzzese, sia con il capo della Protezione civile Guido Bertolaso, sia con il cardinale Crescenzio Sepe, ancora lui, l’arcivescovo di Napoli già indagato come ex prefetto di Propaganda Fide nell’ambito dell’inchiesta sul “sistema gelatinoso” degli appalti alla Maddalena e all’Aquila.
Sepe viene tirato stavolta in ballo indirettamente in una conversazione tra terzi. È la stessa Anna De Luca, sorella degli arrestati, che racconta ai familiari di aver incontrato a Roma Bertolaso – secondo la sua versione, grazie all’intercessione di Sepe – ma di aver capito “che questi si fottono dalla paura di dare i lavori a noi”.
No al bavaglio, no al divieto della pubblicazione delle intercettazioni, l’Italia, lo Stato non è dei partiti politici o dei ministri e nemmeno del Presidente del Consiglio o della Repubblica. L’Italia è degli italiani e hanno il diritto di sapere chi e cosa offende la costituzione e commette reati contro lo Stato. Noi disubbidiamo!




