Lo scandalo delle tasse sparite. Sotto accusa Tributi Italia spa
Scoppia il caso ‘Tributi Italia’.
Ben 90 milioni di euro di tasse, pagate dai cittadini italiani, letteralmente spariti.
Tasse versate ai propri comuni come Tarsu, Tosap, Cosap e multe di ogni genere che i comuni non hanno mai recepito. Soldi finiti nel conto corrente sbagliato. Tributi Italia, società privata per la riscossione delle imposte locali, nata a Chiavari e cresciuta in fretta in tutta Italia, a nord e a sud, al centro e nelle isole. Tributi Italia nasce con Giuseppe Saggese, cinquantenne tarantino, figlio di magistrato, costretto a tirare i fili da dietro le quinte per via dei due arresti, nel 2001 e nel 2009. lui le tasse le chiama “piastrelle”. Le – piastrelle – con le quali costruire il suo gigantesco patrimonio.
Anche in questo caso, essendo tale società la prima in tutta Italia, presente in ogni regione, impensabile non supporre la presenza omertosa delle segreterie di partito e degli amici con l’auto blu, ad appoggiare Giuseppe Saggese; lo stesso, senza la complicità delle alte sfere, non avrebbe potuto, frodare così scandalosamente la nazione intera. Adesso, centinaia di piccoli Comuni sparsi lungo la Penisola sono sull’orlo della bancarotta o soffrono per il buco nel loro bilancio.
Pomezia con un ammanco di quasi 22 milioni, Aprilia con 20 milioni, Nettuno con 3,2 milioni, Augusta con 5 milioni, Bergamo con 2,2 milioni , Fasano con quasi 2 milioni) e tanti altri.
Siamo davanti a una fittissima ragnatela di interessi, tutti privati e mai pubblici. Ci sono amministratori inadeguati e ambiziosi. Ci sono affaristi travestiti da imprenditori con tante fidejussioni fasulle. Ci sono i controllori che non controllano o controllati che sono anche i controllori. Qualche volta pure i revisori dei conti sono abusivi. Non mancano, come sempre, le scatole cinesi. Ci sono scambi palesi e altri nell’ombra. Ci sono assunzioni clientelari, società miste pubblico-privato per nulla trasparenti e degne di un posto in prima fila nella degenerazione del non già edificante capitalismo municipale. Ci sono protezioni. Inspiegabili silenzi, colpevoli disattenzioni. Ci sono generali della Guardia di finanza in pensione che diventano consulenti proprio di “Tributi Italia”. E ci sono soprattutto 14 Procure della Repubblica che indagano dopo i 135 esposti presentati dalle amministrazioni locali.
Accade che Aprilia, provincia di Latina scatena una guerra giudiziaria contro Tributi Italia per una somma, pari a 20 milioni di euro, di tasse non versate. I 70 mila abitanti dell’agro pontino hanno versato le tasse a Tributi Italia, ma, la società, non le ha poi restituite al Comune. Una guerra scoppiata dieci anni fa.
Domenico D’Alessio, Sindaco di Aprilia e vecchio socialista è prossimo a compiere 62 anni. È diventato sindaco meno di un anno fa a seguito di una insorgenza popolare proprio contro il sistema dei tributi. Presentatosi con quattro liste civiche ha svergognato le blasonate liste e coalizioni di destra e di sinistra. D’Alessio, il 19 marzo 1999, durante un consiglio comunale quasi notturno, votò, già al tempo, no all’affidamento all’Aser (società mista) del servizio di accertamento e riscossione dei tributi locali. L’Aser è una delle controllate da Tributi Italia, nata come Publiconsult nel 1986, si trasforma in San Giorgio nel 2004, e poi va all’assalto delle piccole concorrenti del business delle tasse e compra Gestor, Ausonia, Rtl e Ipe per diventare “Tributi Italia” nel 2008. Il “modulo di gioco” non cambia praticamente mai. Compresi, forse, i favolosi soggiorni di amministratori e consiglieri lungo la riviera di Levante in comodissimi yacht, dei quali si favoleggia tra gli apriliani arrabbiati. Proprio in questi giorni, altre sei persone, amministratori della società Aser di Aprilia, sono finite nel registro degli indagati dell’inchiesta della Procura di Latina sulla società che gestisce i tributi nella cittadina pontina. Come amministratori della società “Tributi Italia”, partner privato dell’Aser, sono finiti nel mirino della Procura Massimo Ippoliti, Giovanni Pascone, Daniele Cardenia, Vito Paolo Marti, Maria Grazia Schenone e Mario Ortori. Tutti coinvolti a vario titolo per peculato e abuso d’ufficio. Tra gli indagati – lo ricorderemo – anche sedici esponenti politici apriliani: Sergio Corbolino, Michelino Telesca, Giorgio Nardin, l’ex sindaco Calogero Santangelo, Alfonso Longobardi, Roberto Boi, Elia Bachin, Dino Taibi, Antonello Santangelo, Cataldo Cosentino, Luciano Coser, Luigi Tartaglia, Pio Nicolò, Marco Moroni, Giuseppe Colaiacovo ed Arnaldo Cocilova. Gli amministratori della società “Tributi Italia” sono indagati per avere distolto delle somme nell’ambito della riscossione dei tributi “evitando” di girarle in tempi e modi giusti al Comune di Aprilia che, – secondo la Procura di Latina – per mezzo dei politici indagati, non avrebbe esercitato il giusto ruolo di controllo. In giornata, è stato disposto anche il sequestro di un’ingente somma dai conti correnti della società “Tributi Italia”.
Il sistema Aprilia, la Tributi Italia lo ha esteso a tutta la penisola, isole comprese, lo scotto è altissimo, il 30% di ogni tassa incassata andava nelle sue tasche, ma, oggi scopriamo che a finire chissà dove e in chissà quale conto svizzero era il 100% delle tasse.
Le gare d’appalto, ammesso si svolgano, sono ritagliate sulle caratteristiche della società mista di turno. Onde impedire la concorrenza delle banche, all’attività di accertamento e riscossione dei tributi si affianca quella della manutenzione del verde pubblico. L’assessore al Bilancio e alle Finanze di Aprilia, Antonio Chiusolo, subito dopo l’insediamento, ha scoperto, oltre al buco in bilancio, che le due palme impiantate a qualche chilometro dal municipio erano costate agli apriliani cinque milioni di euro. Ma Chiusolo ha scoperto anche altre cose. Per esempio che le fidejussioni a garanzia delle prestazioni di “Tributi Italia” erano state emesse l’una dall’”Italica” di Cassino, destinata a fallire da lì a poco e con il proprietario indagato per truffa in un’inchiesta calabrese; l’altra da “Fingeneral” per nulla intenzionata a intervenire per via dell’insolvenza di “Tributi Italia”. Chiusolo non ci sta e si reca a Roma alla “Fingeneral” in Via di Porta Pinciana nei pressi di Via Veneto dove, tra l’altro, al secondo piano del 146 c’è anche la sede legale di “Tributi Italia” e si trovò davanti Fabio Calì, amministratore della finanziaria, arrestato nel 2007 per una truffa da 93 milioni ai danni della Banca di Roma. Fidejussioni inesistenti e revisori dei conti non iscritti all’albo, ma messi addirittura a presiedere l’organo di controllo. La stampa tace, i media nascondono.
Il sostituto procuratore di Velletri, Giuseppe Travaglini, ha ricostruito il percorso seguito dalle tasse del vicino comune di Nettuno, delineando così il “sistema Saggese”. L’ipotesi è che ci sia un “Conto padre” nel quale arrivano tutte le tasse provenienti dai vari Comuni. Dal “Conto padre”, poi, si dipanerebbero i conti affluenti, i “conti figli”, lasciati costantemente a zero. Da qui i soldi dei cittadini finirebbero nelle tesorerie dei Comuni, in ogni caso con un guadagno derivante dalla maturazione degli interessi bancari. Ma poi c’è il gran miscuglio: le tasse di Alghero che finiscono a Forlì, le multe di Nettuno usate per finanziare il verde pubblico di Bari e via dicendo. Infine, i soldi versati dai contribuenti italiani usati, per ripianare i debiti con le banche, debiti privati. Il potere di chi stringe i cordoni della borsa non ha limiti, significa poter giocare al tavolo delle assunzioni clientelari, anche di parenti di consiglieri comunali, come si dice a Nettuno e pure a Bari. Dunque può significare l’ammissione al banchetto degli scambi territoriali, che è poi la sede autentica dove prende forma il potere o l’intreccio di poteri. Se qualcuno si domanda cosa facesse, nel frattempo, Roma e come sia possibile che nessuno si fosse accorto di questi eccellenti furti, eccovi la risposta:
due deputati del Pd, Ludovico Vico, ex sindacalista della Cgil pugliese, e Rita Bernardini, esponente del Partito radicale, hanno presentato più di una interrogazione ma senza mai risposte da parte del governo. Due deputati sommersi dalle richieste di sostegno da parte dei sindaci di tutta Italia, che non hanno esitato a denunciare la “corruttela” del sistema. Così si scopre di come sia stato tortuoso il cammino per la cancellazione dall’albo della società truffatrice, l’Anci, l’associazione dei Comuni, non è sempre stata presente alle riunioni dell’Anacap (l’associazione di categoria dei riscossori). E perché tra i componenti di quest’ultima, che ha voce in capitolo sulla cancellazione, c’è Pietro Di Benedetto che fa l’avvocato e difende proprio “Tributi Italia”? Quest’ultima, a sua volta, ha speso non meno di 6 milioni di euro per pagare i suoi consulenti legali. Tasse dei cittadini?
A rimetterci si sa son sempre i più deboli; oltre al danno delle tasse ‘ evaporate ‘ anche la beffa dei centinaia di impiegati dell’onorata Tributi Italia spa, finiti in strada perchè licenziati o messi in cassa integrazione. Come credere, a fronte di ciò, a fronte di calciopoli, di sanitopoli, ( L’inchiesta su «Sanitopoli» e sulle mazzette offerte dall’imprenditore «Gianpi» Tarantini valica i confini nazionali. Ora si cerca nei santuari bancari della Svizzera traccia delle tangenti pagate dall’imprenditore della sanità pugliese a pubblici ufficiali e a politici per assicurarsi la fornitura delle sue costose protesi ), di appaltopoli, come credere, sia davvero finita l’era di tangentopoli? E perchè mai per il versamento delle tasse abbiamo bisogno di società estranee che altro non fanno se non alzare il volume di affari? Non possiamo direttamente versarle nelle casse dei comuni, abbassando le tasse di quel 30% che andrebbe alla società di tramite? Ed Equitalia, usa forse un sistema diverso?
A noi non resta che sperare in una dura, corrosiva, schiacciante opposizione popolare, ad un riversamento sulle strade, ad una pubblica e ufficiale denuncia collettiva contro gli imperatori di Italia.




