Evasione record: ad evadere ” colletti bianchi ”
Arresti per frode fiscale nel mondo della ” concia ”. Sette persone fra consulenti, commercialisti e un funzionario dell’Agenzia delle Entrate: tutte accusate di aver fatto parte di un’associazione a delinquere finalizzata alla corruzione. Mazzette ai dipendenti pubblici per ammorbidire i controlli del fisco e versare di meno all’erario.
Il nome dell’inchiesta, ” Reset ”: davvero ci piacerebbe pensare ad una operazione che segni la fine di tutta la corruzione in Italia. Inutile illudersi.
Accade nel Vicentino, ma ogni regione, città, provincia e comune di Italia ha la sua banda, la sua Vicenza. Gli indagati in totale sono 77. 55 imprenditori di 53 aziende, 13 commercialisti, 10 pubblici funzionari dipendenti dell’Agenzia delle Entrate, e un finanziere.
Tangenti per oltre 2 milioni di euro, le tangenti prima del 2003 sono andate in prescrizione.
«Durante le indagini sulla concia, che hanno coinvolto 200 aziende e un imponibile sottratto al fisco di un miliardo e 400 milioni di euro, ci eravamo chiesti quale fosse l’efficacia del sistema ispettivo», hanno spiegato gli inquirenti. «La consorteria criminale poteva avanti il sistema da anni». Un ruolo chiave ce l’avevano, per i pm, i commercialisti, che fungevano da collettori fra gli ispettori del fisco e gli imprenditori che frodavano l’iva. Si accordavano con i funzionari su quali ditte sottoporre a controllo e quindi con gli imprenditori sull’ammontare della mazzetta. Una parte la trattenevano, il resto la versavano. Chi guadagnavano tutti, a scapito dell’erario e della collettività.
I commercialisti destinatari del provvedimento sono tutti nomi noti, di vasta esperienza. Si va da Vittorio Bonadeo, dell’omonimo studio di viale del Commercio, in città, a Claudio Consolaro; da Felice Floris a Italino Priori a Giandomenico Brando, dagli arzignanesi Graziano Dal Lago e Alessandro Salvadori ai trevigiani Roberto Lorenzon e Mario Pietrangelo.
Eppure questo sistema non era affatto nuovo.
Nella zona di Arezzo, ma non solo, una – banda – grazie alla collaborazione di alcuni finanzieri aveva messo su un bel sistema ricattatorio.
I finanzieri collusi improvvisavano controlli del fisco alla vittima di turno, usciti di scena loro, passava uno della banda, in certi casi a consigliare la mazzetta era lo stesso commercialista della vittima, dicendo all’imprenditore di stare tranquillo, se pagava 30 mila euro avrebbero chiuso il controllo sulla sua società. Non male vero?
Nel giugno 2007 veniva diffusa una notizia, a mezzo stampa, dell’arresto, per associazione a delinquere di stampo mafioso ed altri gravi reati, da parte di una banda dedita ai ricatti e alla riscossione di mazzette – salva fisco – .
Tra gli arrestati “O ragioniere” così chiamato perchè si occupava delle riscossioni, Alessandro Greco Borgognoni, anche amministratore unico dell’acqua srl in rapporti sia con la banda di casalesi che con un certo Monicolini, oltre che procacciatore di femmine per il capitano della gdf , femmine di cui poteva disporre grazie al servizio di “protezione” che la banda espletava per alcuni locali hard della zona, controllati sempre dai casalesi, anche se, alla fine, il giudice pur condannandoli non li ha condannati per l’associazione mafiosa .
Marco Monicolini che assieme al suo collega Mauro Moricca, nel 1985 fondavano uno studio di consulenza nel settore fiscale e del lavoro alle imprese, guarda caso, il sisetma è il medesimo.
Sia il Monicolini, sia il Moricca vengono condannati ad Arezzo nel 2009 anche se in maniera diversa: il Monicolini ” solo per la trappola a Patrizia Lamborghini, invece il Moricca ritenuto il responsabile della concussione e dell’estorsione.
Il Governo non può raccontarci di lavorare ad un piano per uscire dalla crisi economica, ad un progetto per l’economia nazionale e nel frattempo divorare risorse pubbliche tramite appalti truccati ed evasione fiscale. Non c’è equità, giustizia, democrazia in una politica improntata sulla frode, sulle ” cricche ”, sui ” favoritismi e clientelismo ”. Sui conflitti di interesse.
Bande così perfezionate, in grado di operare indisturbate per anni e in ambienti quali quelli dei colletti bianchi non potrebbero resistere a lungo senza la complicità politica, a livello locale e nazionale.
‘ I quattro dell’Ave Maria’, così si facevano chiamare i vertici di un gruppo imprenditoriale ritenuto responsabile di una frode al fisco pari a 166 milioni di euro. Dodici ordinanze di custodia cautelare, sequestri preventivi di fabbricati, terreni, autovetture, conti correnti bancari e quote azionarie e societarie, per un valore complessivo di oltre 40 milioni. E’ l’esito delle indagini della Finanza di Firenze iniziate un anno fa. Il gruppo, con basi a Roma, Firenze, Torino e Piacenza, era organizzato secondo una struttura – piramidale.
Il procuratore aggiunto di Firenze, Giuseppe Soresina, ed il comando provinciale della Guardia di Finanza nel capoluogo toscano, comandato dal generale Gaetano Mastropierro, con l’”Operazione Idra”, diramazione dell’inchiesta sui Grandi Eventi mettono le manette per associazione a delinquere finalizzata alla frode fiscale per oltre 166 milioni di euro e appropriazione indebita alcuni tra gli imprenditori romani più in vista, forti di commesse pubbliche e private di grande profilo e rimuneratività in tutta Italia.
I fratelli Pierangelo, 44 anni, e Vincenzo Silvestrini, di 39, assai noti a Perugia anche per aver rilevata la presidenza del Perugia. I due fratelli sono titolari di “Infotecna”, gruppo da 100 milioni di euro, aggiudicatario di appalti di pulizie in strutture pubbliche e private.
Tra i clienti: Autogrill, Copra Piacenza, Magneti Marelli, Fiat, i servizi universitari a Perugia. Ad Arezzo i Silvestrini si sono interessati alla realizzazione di un centro di ortopedia. Appalti vinti, cointeressenze, proprietà di quote azionarie di altre imprese. Insieme ai due arrestati, sempre come presunti “promotori” dell’associazione per delinquere, anche i dirigenti Vincenzo Di Marzo, 61 anni, (punto di riferimento del comitato “Io sto col Grifo” in vista di un possibile azionariato popolare), e Gianfranco Lozzi, 64. “I quattro dell’Ave Maria”, perché così risulta dalle intercettazioni che si chiamassero tra loro.
Otto arrestati fanno parte del cosiddetto “gruppo dei riciclatori”: Renzo Bartalucci, 61 anni, di Castefiorentino (Firenze) , Angelo Progeti, 54 anni, amministratore delegato di Cia Scarl Consorzio di una società di servizi con sede a Firenze, Wendy Lantigua Belis, nata a Santo Domingo 1973, Guido Fontanieri, 48 anni, romano come Alessio Simmi, 49 anni, Salvatore Rubino, 39 e Massimiliano Volpi, 44.
Le Fiamme Gialle al comando del tenente colonnello Gennaro Ottaviano ha proceduto al sequestro di beni per 40 milioni: quote azionarie e societarie per 4 milioni di valore nominale, 26 conti correnti, quadri, gioielli, orologi, auto di lusso (Ferrari 612 e Ferrari 599 Gtb Scaglietti, Bmw X5) tre terreni, 18 immobili tra cui tre ville a Roma.
Per il nostro codice penale, meno gravi le responsabilità di chi ” ripuliva ” gli ingentissimi proventi delle varie attività, sottraendo quanto dovuto al fisco: false fatturazioni, false compensazioni tra contributi previdenziali e Iva e altri artifici. Tutto questo tramite una società cuscinetto, la Cia di Firenze, “cliente” della Infatecno: riceveva in subappalto i lavori, per poi subappaltarli. Un sistema tanto rodato quanto perverso che — hanno spiegato il magistrato e il comandante delle Fiamme Gialle — accanto alla perdita per l’Erario “provocava un’alterazione delle regole del mercato. Attraverso la creazione di riserve economiche nascoste, il mancato versamento degli oneri previdenziali e di altro tipo al fisco, le società accusate della maxi frode si presentavano alle gare di appalto potendo offrire condizioni più competitive”.
La criminalità è un’impresa e come tale opera.
Si parte da un gruppo lecito, legale, questo subappaltava ad un consorzio (la Cia) di imprese. Qui cominciavano indebita compensazione, costituzione di capitali illeciti, frazionamento e trasferimento di capitali tramite bonifici bancari tra conti delle società del gruppo sull’asse Roma-Firenze-Piacenza. Il denaro passava ai membri dell’associazione, poi veniva lavato con il cambio di assegni da parte di soggetti compiacenti, poi ricompensati, e “mensili prestabiliti” ad amministratori fittizi.
( fonte La Nazione )




